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Comunicato stampa Oltre il grande silenzio – #ItalyChurchToo

Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia

#ItalyChurchToo – Si è svolta questa mattina, alla presenza di circa 70 giornalisti accreditati dell’informazione nazionale e internazionale, la presentazione online del Coordinamento di associazioni contro l’abuso nella Chiesa cattolica. Il Coordinamento è composto da Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chio fondativo perché, ha detto Ludovica Eugenio responsabile del settimanale Adista nella presentazione, «nel contesto della lotta contro gli abusi perpetrati all’interno della Chiesa cattolica, hanno deciso di unire le forze diverse realtà, ognuna dalla propria angolatura e con le proprie risorse, espressione del laicato cattolico impegnato per il cambiamento, della voce delle vittime, dell’informazione come servizio alla cittadinanza e strumento di trasformazione».

Uno strumento, il Coordinamento, «di pressione e di espressione della volontà di contribuire ad abbattere il muro di omertà che ha protetto finora i responsabili diretti e indiretti degli abusi e ha favorito l’invisibilità delle vittime», voluto da gruppi di donne impegnate a vario titolo nella Chiesa cattolica e fuori di essa, con l’unica priorità di dare voce alle vittime e di chiedere strumenti in grado di garantire che nessuna persona debba mai più attraversare questo abisso».

A differenza di molti Paesi nel mondo, dove si è intervenuti in modo efficace con inchieste e commissioni d’indagine indipendenti, che hanno fornito il quadro «di un fenomeno che sempre più ha rivelato il proprio carattere sistemico, che affonda le proprie radici nella cultura clericale, in una malintesa immagine del clero come ceto sacro e intoccabile, nel tentativo della gerarchia di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, la cui vita è stata spesso devastata in modo irreversibile», in Italia «la Chiesa e le istituzioni laiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che si sa ampiamente diffuso in tutta la Penisola. Non è stata intrapresa finora nessuna iniziativa di indagine e ricerca indipendente che potesse fornire dati oggettivi, primo passo verso una prassi di giustizia cui hanno diritto in primo luogo le vittime e le loro famiglie, ma anche i membri della comunità cristiana, i cittadini e le cittadine».

Il Coordinamento lavorerà «per promuovere richieste concrete, sollecitando la Chiesa cattolica a operare un cambio di mentalità e a fare luce sul passato, a guardare in faccia la realtà assumendosi le proprie responsabilità degli abusi, degli insabbiamenti e dell’abbandono delle vittime, restate senza ascolto e senza risarcimento. E facendo richieste allo Stato, ai rappresentanti dei cittadini in Parlamento, alle istituzioni, nonché operando sul piano della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, della presentazione di richieste precise e del monitoraggio dell’operato degli interlocutori istituzionali».

«Come Coordinamento – ha detto Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa – chiediamo che la Conferenza Episcopale Italiana affidi quanto prima ad una commissione indipendente un’indagine sugli abusi compiuti all’interno della Chiesa. Chiediamo che a presiederla sia persona di specchiata integrità e indipendenza dalle parti interessate. Chiediamo che sia una indagine che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi, di analisi documentale (per i quali è necessario che siano aperti tutti gli archivi di diocesi, conventi, monasteri) e anche aprendo canali nuovi di ricezione per l’ascolto delle vittime.

Chiediamo che tale indagine sia condotta esclusivamente sulla realtà degli abusi nella Chiesa Cattolica italiana, così da non rendere indefiniti i risultati, ma anzi da rappresentare un modello di lavoro su una questione così complessa e delicata, da poter essere poi replicato, con opportuni aggiustamenti anche per altre istituzioni e agenzie educative (famiglie, scuola, mondo dello sport e del volontariato). Chiediamo che tale indagine affronti il nodo critico della mancanza di terzietà dei centri diocesani a tutela dei minori, elaborando una proposta alternativa per la prevenzione di futuri abusi all’interno della Chiesa. Chiediamo inoltre che le vittime e le loro famiglie siano risarcite per i danni subiti, pur nella consapevolezza che nessun risarcimento potrà mai colmare la sofferenza inflitta». Tutto questo per «allineare l’operato della Chiesa italiana a quello di altre conferenze episcopali e singole diocesi, spazzando via ogni dubbio relativo alle reticenze che l’episcopato italiano potrebbe avere riguardo all’emersione di tutta la verità (per quanto dolorosa) che si cela sotto il numero, comunque già significativo, di casi noti. È necessario che le responsabilità personali siano accertate e rese note, a tutti i livelli: la Chiesa cattolica è una chiesa gerarchica, nella quale è molto chiara la catena di comando, eppure quando si parla di abusi le responsabilità personali diventano fumose, questo non dovrebbe più accadere e non per una qualche foga giustizialista, ma per una corretta presa in carico delle conseguenze delle proprie azioni alle quali tutte e tutti siamo chiamati. Come battezzate e battezzati, credenti, madri, padri, educatori, professionisti, cittadine e cittadini abbiamo la necessità di vedere la Chiesa italiana compattamente orientata a un’operazione senza ombre e senza sconti».

«La Rete L’Abuso con 1.400 casi all’attivo da 12 anni è l’unico osservatorio di dati esistente in Italia», ha detto Francesco Zanardi, Rete L’Abuso. «Lavoro lungo e difficile, che non sarebbe spettato a noi, costato al sottoscritto decine di querele ma nel vuoto purtroppo ci siamo dovuti assumere l’impegno, per poter tutelare altri. Oggi siamo rappresentanti per l’Italia di ECA Global, presente in 42 paesi, riconosciuti presso Nazioni Unite». Recenti casi di abusi dimostrano come i recenti sforzi del papa (con “Vos estis lux mundi”) si siano rivelati inutili: i vescovi non obbediscono alle leggi ma non vengono puniti. Leggi deboli hanno favorito il trasferimento in Italia dei pedofili. Una commissione della chiesa anche se perfetta oggi non è più credibile, ne serve una indipendente che assicuri imparzialità. L’imputato non può fare anche da giudice.

In Italia – ha spiegato Zanardi – la situazione è complessa in confronto ad altri Paesi; El Pais ha raccolto 250 casi in 7 decenni, la magistratura ha aperto un’indagine autonoma. In Italia il database della Rete l’Abuso dimostra 360 casi in 15 anni. Serve un intervento dello Stato. Il Rapporto CIASE in Francia parla di 216.000 vittime e 3.000 preti coinvolti; in Francia i preti sono 22.000, in Italia 52.000; se la percentuale media del mondo è di 7-8% di preti pedofili, in Italia sono stimati un milione. Serve adeguare le leggi; sono state avanzate istanze allo Stato e all’ONU, ma il numero di indagini e azioni penali della magistratura è basso: se la vittima è prescritta non scatta nessuna indagine e salta prevenzione. Serve poi estendere a tutti il certificato anti-pedofilia, applicandolo a tutto l’indotto del volontariato che svolge attività con minori; la prescrizione non è adeguata alla maturazione del trauma da parte della vittima; si chiede al legislatore di dare la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti. Sarebbe già una svolta. Paradossalmente la soluzione risolverebbe ostacoli posti dai Patti lateranensi come l’art. 4. Se oggi il papa introducesse per i vescovi italiani l’obbligo di denuncia, questi non saprebbero come procedere.
Bisogna inoltre attuare un programma di risarcimenti e di programmi di riabilitazione delle vittime. Gli sportelli diocesani non sono conformi alla Convenzione di Lanzarote, che prevede anche che la vittima, quando viene sentita in un tribunale, anche in quelli diocesani, sia accompagnata da un medico che ne attesta anche l’attendibilità. Nei tribunali diocesani non si portano neanche gli avvocati».

La parola è stata poi data ad alcune vittime. Cristina Balestrini, del Comitato Vittime e Famiglie, sezione dell’Associazione Rete L’ABUSO. «Oltre ad essere mamma di una vittima, cattolica e praticante, all’interno dell’Associazione Rete L’ABUSO ho dato la disponibilità per l’ascolto e il supporto ai genitori di altre vittime, con la consapevolezza che solo chi ci è passato può comprendere nel profondo ciò che vive una famiglia che ha subìto questo dramma.

Infatti, ciò che non emerge dalle cronache è il dopo, la fatica di portare un macigno che non si risolve dopo l’atto di violenza. Il Disturbo da stress Post Traumatico – di cui soffrono tutte le vittime di abusi sessuali anche se non diagnosticato – non è una passeggiata: condiziona il presente e il futuro, e va trattato con competenza e tantissima pazienza e amore.

La Chiesa in Italia, ha proseguito Balestrini, «non ha nessuna competenza in merito alla gestione degli abusi, né da un punto di vista legale (per ottenere che ciò ciò non avvenga più fermando il prete, denunciandolo, aiutandolo ad affrontare responsabilmente il reato che ha commesso), né per ottenere giustizia e risarcimento alla vittima che ha subito un danno, né da un punto di vista psicologico per offrire supporto alle vittime. La Chiesa «non tutela le vittime, anzi, e nei tribunali civili, la Chiesa difende il prete, non le vittime: sta dall’altra parte. Questo l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle». Da un punto di vista psicologico, poi «le vittime sono allontanate dalla Chiesa e questo lo dico con grande dolore, da cattolica. Il nostro parroco ci ha invitati a “non sputare nel piatto in cui mangiamo”. Abbiamo risposto che sono dieci anni che cerchiamo di svuotare quel piatto dal vomito che annusiamo».

È intervenuto poi Erik Zattoni, 40 anni, figlio del prete pedofilo stupratore Pietro Tosi deceduto nel 2014: «Mia madre è stata stuprata a 14 anni da don Pietro Tosi, da quello stupro sono nato io. Nonostante le minacce mia madre denunciò don Tosi, prima al vescovo Franceschi (“non dire a nessuno di questo episodio, sarebbe un grande scandalo per la chiesa” fu la risposta) poi alle autorità». La famiglia fu sfrattata dall’abitazione, di proprietà della diocesi estense; nel 2010, dopo anni, don Tosi è stato portato in tribunale. «L’esame del dna e la sua confessione hanno confermato che era mio padre biologico», ma nonostante questo e la confessione di don Tosi, questi ha continuato a fare il prete fino a settembre 2012 (anno del pensionamento). «Sono passati 3 papi, 5 vescovi, prefetti della congregazione per la dottrina della fede (Ratzinger era prefetto quando nel 1985 dal Vaticano mandarono un avvocato da mia madre per “calmare le acque”) e questo signore è morto da prete». Una richiesta di incontro a papa Francesco è caduta nel vuoto: il papa era «l’unica persona in grado di punire don Tosi riducendolo allo stato laicale, in quanto il reato di abuso sessuale era prescritto, ma non ho avuto risposta. Alla fine come mi aveva detto telefonicamente una persona della Congregazione per la Dottrina della Fede, “lui è prete e morirà prete”». «Bisogna agire in maniera importante e decisa contro queste persone, servono fatti, altrimenti non cambierà mai nulla. Io non sono una vittima, mia madre lo è e glielo leggo negli occhi ogni giorno, la sua vita non è stata più la stessa da quel momento. A volte mi vergogno a farmi vedere da lei perché so di ricordarle quel momento, so di essere figlio di uno stupro. Io mi considero una vittima indiretta, è importante far sapere che ci siamo anche noi, è importante non dimenticarci».

Antonio Messina (Enna): «Ho subito abusi tra il 2009 e il 2013, con una coercizione psicologica che spesso è difficile da riconoscere. Ne sono uscito da solo, con il supporto della mia famiglia. Già l’anno dopo denunciai quanto subito da don Giuseppe Rugolo che all’epoca era seminarista ma che perpetrò abusi anche da sacerdote. Ne parlai col parroco che non mi credette, fui sottoposto a un incontro con lo stesso Rugolo.
Negli anni degli abusi stavo compiendo un cammino di discernimento vocazionale che fu probabilmente l’elemento che permise a don Rugolo di avvicinarmi. Mi venne chiesto anche da un altro sacerdote, mons. Vincenzo Murgano, che era un po’ il mio direttore spirituale, di allontanarmi dalla mia città, di dimenticare».

Zattoni si rivolse a un altro parroco, convinto che sia «importante combattere anche per il sogno di una Chiesa diversa». Fu l’unico che lo aiutò a denunciare tutto al vescovo, mons. Rosario Gisana, che già aveva ricevuto istanze di altre vittime: «Ma mi sono reso conto che la Chiesa non è in grado di affrontare questo problema. Il vescovo dapprima pensò di allontanare il prete dalla diocesi, poi tentò di comprare il mio silenzio con una somma che veniva dalle casse della Caritas diocesana, proposta in modo illecito con pagamenti in nero e con una clausola di riservatezza da sottoscrivere. Il prete fu trasferito a Ferrara dove continuò ad avere contatti con ragazzi. Non potevo vivere serenamente l’idea che altri giovani potessero vivere quello che avevo vissuto io, nessun aspetto risarcitorio può restituire ciò che è stato tolto, far recuperare appieno anche la propria vita relazionale e di affetti, ma se possiamo fare in modo che questo non succeda ad altri, queste brutte storie possono quanto meno servire a cambiare qualcosa nella Chiesa e nella società. Il processo è già iniziato, a marzo inizierà anche il dibattimento, ma il vescovo Gisana è sempre vescovo della diocesi e dopo che gli comunicai nel 2018 che mons. Murgana mi aveva chiesto di dimenticare, questo sacerdote è stato messo a capo del servizio di tutela dei minori della diocesi di Piazza Armerina, incarico che ricopre tutt’oggi nonostante sia emersa la sua omertà e nelle intercettazioni il suo diretto coinvolgimento con il sacerdote Rugolo che ora è a Ferrara agli arresti domiciliari nel seminario, dunque in un contesto non di isolamento. Speriamo ora di ottenere giustizia».

«Il nostro settimanale ha sempre dato attenzione al problema degli abusi su minori e donne», ha detto Federico Tulli del settimanale Left. «Proprio questa settimana verrà inaugurato il database di Left che raccoglierà i casi di abusi su minori nella Chiesa cattolica in Italia, il primo realizzato nel nostro Paese da una testata giornalistica in collaborazione con la Rete l’Abuso. Questo per sopperire a una grave mancanza, quella di una mappatura, mai realizzata né dalla chiesa né dallo Stato, su questo fenomeno criminale. Una inaccettabile disattenzione da parte della politica e delle istituzioni nei confronti della sicurezza e della salute psicofisica dei bambini.

Abbiamo lavorato su fonti originali, su fonti d’agenzia e giornalistiche e ci avvaliamo del contributo di esperti di varie discipline, avvocati, magistrati, psichiatri, psicoterapeuti e anche di storici. Per poter affrontare seriamente questa piaga è determinante essere chiari, soprattutto con l’opinione pubblica, su cosa sia la pedofilia, su quali siano le radici di questo fenomeno diffuso non solo nella Chiesa ma anche nella società laica. Si tratterà dunque di una mappatura in tempo reale, stanno già arrivando segnalazioni di nuovi casi, ma anche di un viaggio a ritroso nel tempo per capire cosa sia la pedofilia e poterla affrontare. Left dà la propria massima disponibilità a contribuire al lavoro del Coordinamento».

La conferenza stampa – che ha visto anche la partecipazione di Anne Soupa, presidente del Comité de la Jupe a Parigi, organismo che si batte per i diritti nella Chiesa, e Marilde Iannotti di Voices of Faith, organismo attivo sul piano dei diritti delle donne nella Chiesa e sugli abusi delle religiose – si è conclusa con un ultimo intervento di Marzia Benazzi (OIVD): «Siamo partite con la nostra sensibilità di donne, occupandoci già degli abusi contro le religiose, nella convinzione che tutti gli aspetti degli abusi nella Chiesa siano originati da una condizione endemica fondante: dalla visione sessista e patriarcale dominante. Il muro del silenzio sarà duro da abbattere. Questo coordinamento riunisce una pluralità di richieste che sono dovute alle esperienze: c’è chi crede ancora che ci possa essere una trasformazione nella Chiesa, c’è chi, in una visione di vita vissuta e di sofferenze, ma siamo accomunati dalla determinazione a far sì che nulla resti intentato, perché non è una questione di credenti non credenti ma una questione di giustizia : non possiamo più accettare che tutto questo sia obnubilato o negato. Per far questo abbiamo bisogno di alleati nei giornalisti e giornaliste a cui chiediamo di sostenerci in questa azione perché l’Italia è sorda per un protervo ossequio alla cultura clericale, e non ha mai visto la nascita di una vera laicità dello Stato. Tenete alta l’attenzione, perché la laicità si esprime nella giustizia»

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